Di cosa parliamo quando parliamo di finanza alternativa (in Italia)

Di cosa parliamo quando parliamo di finanza alternativa (in Italia)

Quali sono le differenze dal punto di vista dei volumi e della diffusione della finanza alternativa in Italia rispetto al resto del mondo, per chi incomincia solo oggi ad affacciarsi a questo affascinante settore.

All’estero la finanza alternativa è una colonna portante dello sviluppo delle aziende non quotate, anche quelle familiari”: con queste parole si apre l’intervista pubblicata questa settimana su Repubblica.it ad Anna Gervasoni di Aifi, la società che coordina e rappresenta oltre 120 soggetti attivi sul mercato italiano nel private equity, VC e private debt. Anna Gervasoni, professore ordinario di economia e gestione delle imprese alla Luic Università, non fa mistero dell’impegno profuso in questi anni affinché Aifi “riuscisse ad affermare in Italia un mestiere in cui credevo molto, la finanza alternativa per le PMI”.

Le ragioni di questo interesse e dedizione, non nuove ma di certo non così diffuse all’interno degli ambienti accademici e istituzionali italiani, derivano dalla consapevolezza di come il settore della finanza alternativa goda di ottima salute a livello mondiale. Secondo un articolo apparso su Crowdfundingbuzz, che riprende le dichiarazioni di Damien Guermonprez (presidente di Lemonway, tra le più importanti società di pagamento globali), il settore della finanza alternativa avrebbe ormai raccolto oltre 300 miliardi di dollari in tutto il mondo, in particolare grazie alla crescita esponenziale di prestiti tra privati tramite piattaforme di p2p lending, invoice trading, equity e lending crwodfunding per imprese.

Finanza alternativa in Italia: solo l’invoice trading rispetta la “tabella di marcia”

In Italia, Paese banco-centrico per definizione e cultura, la finanza alternativa ha stentato non poco negli ultimi anni prima di giungere agli onori delle cronache. Questo, nonostante la ricerca “La finanza alternativa per le PMI in Italia” a cura degli Osservatori Entrepreneurship & Finance (School of Management del Politecnico di Milano) rivelasse già nel 2018 le enormi potenzialità del settore per le piccole e medie imprese in costante bisogno di liquidità.

A differenza del resto del mondo, infatti, in Italia i volumi mobilitati dalla finanza alternativa nel periodo 2017-2018 in favore delle PMI sono ancora in larga parte dovuti allo strumento dei mini-bond (51% del totale dei volumi), titoli di debito quali obbligazioni e cambiali finanziarie, che hanno generato 1.800 milioni di finanziamenti per un numero tuttavia limitato di aziende (neppure 250). Il crowdfunding, nelle sue forme di reward, lending, equity, tramite cui è possibile raccogliere capitali privati sui portali Internet autorizzati, ha performato decisamente sotto le attese, fermandosi a quota 33 milioni di euro nello stesso biennio analizzato, mentre il direct lending si è fermato a meno di 20 milioni di euro di finanziamenti raccolti.

Se anche il venture capital ha perso continuamente quote di mercato nell’ultimo biennio, il “merito” va all’invoice trading, salito al terzo posto per volumi di finanziamento generati a partire dalla cessione di crediti commerciali pendenti attraverso portali Internet specializzati (come la nostra piattaforma, CashMe). Con il 16% dei volumi totali di finanziamento, triplicati in pochi anni, l’invoice trading è diventato uno strumento alternativo di liquidità per oltre 900 imprese italiane, rivelandosi una fonte di finanziamento più immediata del crowdfunding e più “democratica” rispetto ai mini-bond: uno dei pochi esempi per cui il nostro Paese non ha nulla da invidiare al resto del mondo, quando si parla di innovazione.

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