PMI e smart working: risparmiare si può, ma a una condizione

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Cresce il numero di aziende che dichiarano di aver riscontrato un importante aumento della produttività dei dipendenti e una riduzione dei costi di esercizio dell’attività, seppur con qualche significativa eccezione.

Il numero è di quelli destinati a fare notizia: secondo le notizie circolate in questi ultimi giorni il risparmio della Pubblica Amministrazione italiana grazie al ricorso massiccio allo smart working avrebbe raggiunto un totale di oltre 50 milioni di euro solo nel 2020. Un traguardo significativo, che secondo “Italia Oggi” porterà a una redistribuzione delle risorse per valorizzare produttività e formazione del personale.

Lo smart working fa bene alla produttività per sei aziende su dieci

E le aziende? I numeri, come sempre, sono molto più incerti: senza avere ancora a disposizione alcun dato assoluto, è interessante menzionare qui l’ultimo report del Capgemini Research Institute – The Future of Work: from Remote to Hybrid secondo il quale il 63% delle aziende intervistate avrebbe registrato un significativo incremento della produttività a partire dal terzo trimestre 2020.

Tempi di spostamento azzerati, flessibilità di orari e soprattutto investimenti in strumenti per la collaborazione virtuale sono le premesse che hanno consentito di arrivare a questo importante risultato: dal 59% delle aziende del settore vendite, marketing e servizio clienti, al 68% nel settore dei servizi IT e digitali, non sono poche le imprese che hanno aumentato la produttività grazie allo smart working.

Il risparmio sui costi degli immobili e il senso di “spaesamento” dei nuovi assunti

Sul fronte del risparmio dei costi, infine, i progressi sembrano ancora più rilevanti: l’88% delle aziende dichiara di aver risparmiato in maniera significativa sulle spese immobiliari, e il 92% prevede di realizzare un’ulteriore riduzione dei costi in termini di affitto e acquisto di spazi nei prossimi tre anni, favorito da una crescita della produttività che dovrebbe mantenersi nell’ordine del 17% secondo le stime più ottimistiche.

Eppure, non tutte le aziende hanno potuto beneficiare allo stesso livello di queste opportunità: in parte perché il business non lo consente, in parte perché la composizione della forza lavoro rende difficile l’adozione diffusa dello smart working a tutti i livelli della scala gerarchica. In particolare, le aziende che nel corso dell’ultimo anno hanno assunto nuovo personale hanno dovuto far fronte alla sensazione di “confusione e spaesamento” riferita dal 54% dei dipendenti intervistati e da poco entrati nel team.

Il miglior compromesso passa da un nuovo modello ibrido di organizzazione del lavoro

Da notare, infine, come ancora oggi non sono poche le aziende che confondono “smart working” con il “telelavoro” tradizionale. Lavorare tutti i giorni da casa, secondo gli stessi orari e le stesse procedure adottate in ufficio, non è affatto “smart working” e può avere conseguenze negative sulla produttività e la stessa motivazione dei dipendenti, minando nel profondo il senso di appartenenza a un team di lavoro.

Date queste premesse, è evidente che il passaggio a un’organizzazione del lavoro da remoto non porta automaticamente benefici in termini di risparmio dei costi e di aumento della produttività. Ragion per cui gli autori del report di Capgemini suggeriscono di investire nella creazione di un “nuovo modello ibrido”, funzionale a coniugare lavoro da casa e presenza in ufficio, per non lasciare indietro nessuno dei dipendenti: soprattutto coloro per cui la presenza in sede è parte integrante del percorso di formazione.

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