Credit crunch e imprese inadempienti: segnali da non trascurare

Imprese inadempienti, cresce il rischio credit crunch
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L’introduzione delle nuove misure che identificano lo stato di inadempienza delle aziende, molto dibattuta in queste settimane, è uno dei tanti segnali che sembrano preannunciare l’arrivo di un nuovo “credit crunch” per le piccole e medie imprese.

Per tantissime PMI è in arrivo una nuova stretta creditizia”: non usa mezzi termini la CGIA di Mestre nel commentare, in un articolo pubblicato questa settimana su Italia Oggi a firma di Tancredi Cerne, le conseguenze attese dall’ormai imminente entrata in vigore della nuova classificazione europea sullo stato di inadempienza per le imprese nei confronti degli istituti di credito (secondo il regolamento UE n.171 del 19/10/2017).

Si diventa cattivi pagatori con un arretrato superiore ai 500 euro

Secondo quanto riportato dal quotidiano, a partire dal 1° gennaio 2021 tutte le imprese che abbiano un arretrato superiore ai 500 euro e che rappresenti più dell’1% delle esposizioni dell’impresa stessa verso la banca, per più di 90 giorni consecutivi, saranno automaticamente classificate come “cattivi pagatori”. Una misura che, secondo Italia Oggi, potrebbe portare nei prossimi mesi in maniera diretta o indiretta alla chiusura di oltre 40 mila aziende solo nel nostro Paese.

L’abbassamento della soglia, infatti, rischia di avere come conseguenza quella di un aumento vertiginoso dei crediti deteriorati nel portafoglio delle banche: crediti che andranno smaltiti entro tempi molto ristretti – tre anni per quelli non coperti da garanzia, 7-9 anni quelli con garanzie reali – secondo le misure previste dal “calendar provisioning” che entrerà in vigore, a sua volta, all’inizio del 2021. “Una vera mannaia” è il commento del quotidiano che riporta anche le dichiarazioni di Abi e Confesercenti.

Gli effetti dell’incertezza sull’erogazione di nuovo credito

In questo contesto, è importante sottolineare come l’introduzione prevista di entrambe le misure sia tuttora ampiamente dibattuta, al punto che non è escluso da qui alla fine dell’anno che si arrivi a un compromesso in favore delle aziende più a rischio. Un’attesa, carica di incertezze, che tuttavia potrebbe già oggi incentivare più di un istituto di credito ad assumere un atteggiamento prudenziale verso l’erogazione di nuovi prestiti, soprattutto verso le aziende più provate di altre dalla crisi economica.

Eppure, non mancano le alternative: secondo quanto riportato nel terzo quaderno di ricerca del Politecnico di Milano sulla finanza alternativa per le PMI, sono sempre di più le aziende che scelgono canali alternativi al credito bancario per soddisfare le proprie esigenze di liquidità. In uno scenario così incerto, quindi, non sorprende la crescita del 23% annuo dei finanziamenti dell’invoice trading, su piattaforme come CashMe. Che le aziende stiano imparando a riconoscere, per tempo, i segnali di una nuova “stretta” all’orizzonte?

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