Codice della crisi d’impresa: costi e opportunità per le PMI

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A fronte di un investimento iniziale, l’adozione delle nuove procedure stabilite dal Codice della Crisi d’Impresa può portare un significativo ritorno economico per le PMI. Vediamo come.

Ci sono voluti quasi ottant’anni, ma la riforma della legge Fallimentare del 1942 è ormai pronta a entrare in vigore. Il Codice della Crisi d’Impresa, introdotto dal legislatore con il DL n.14 del gennaio 2019, sarà pienamente operativo dall’agosto del 2020 e introdurrà una serie di procedure di allerta e requisiti minimi organizzativi volti a segnalare per tempo la crisi di un’impresa, ben prima che questa diventi insolvente.

Debt service coverage ratio: di cosa si tratta

In questo senso, è importante sottolineare come lo stato di crisi venga segnalato dagli organi di controllo in base a una serie di indici stabiliti dal Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti. In particolare, se il patrimonio netto dell’impresa è positivo assume importanza fondamentale il rapporto tra la liquidità generata dall’azienda e le obbligazioni finanziarie a 6/12 mesi (il “DSCR”, o “debt service coverage ratio”).

Di fronte a un sistema così complesso, le Piccole e Medie Imprese in particolare sono chiamate a dotarsi di adeguati sistemi di monitoraggio del rischio, acquisendo competenze di gestione e nominando e remunerando gli organi di controllo interni. I costi? Variabili dai 3 ai 6 miliardi di euro all’anno, o se preferite dai 20 mila euro per le piccole ai 40 mila euro per le medie imprese, secondo Cerved.

Le opportunità del Codice della Crisi d’Impresa

È importante sottolineare, tuttavia, che a fronte di un pieno adeguamento rispetto al nuovo Codice della Crisi d’Impresa i benefici potrebbero superare i 10 miliardi di euro di valore totale. Questo, soprattutto per quanto riguarda il minor costo del credito da parte delle banche, l’incremento dei tassi di recupero degli attivi per le imprese fallite, il salvataggio di posti di lavoro e la riduzione delle probabilità che la crisi si propaghi dalle imprese a rischio verso i creditori di queste ultime.

Tralasciando in questa sede gli approfondimenti relativi ai nuovi organi di composizione stragiudiziale delle crisi (OCRI – organismo di composizione della crisi e dell’insolvenza), o la centralità oggi assunta dalla figura del commercialista quale vero e proprio “CFO” (chief financial officer) pro tempore, è importante qui sottolineare l’importanza assunta da una corretta gestione del capitale circolante per scongiurare l’avvio delle procedure di allerta di segnalazione di crisi.

In una fase contrassegnata dall’aumento dei tempi di pagamento delle fatture, diventa essenziale – per l’impresa che non vuole incorrere in una segnalazione – cedere tempestivamente i crediti commerciali pendenti. In che modo? Tramite le nuove piattaforme di invoice trading – come CashMe – con tempistiche ridotte rispetto all’anticipo fatture bancario, e funzionali alle esigenze di liquidità necessarie per sostenere le obbligazioni finanziarie a 6/12 mesi. In questo modo, è possibile mantenere il “DSCR” oltre il limite minimo e scongiurare segnalazioni dovute per lo più a un annoso problema che nessun legislatore sembra in grado di calmierare: i ritardi nei pagamenti.

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